In epoca di grandi tagli alla cultura si guarda sempre più al coinvolgimento dei privati cittadini come possibili nuovi sostenitori. Poche le indagini che fino ad oggi hanno indagato la propensione dei cittadini italiani in questo senso: la quota destinata al sostegno delle arti, della cultura e delle istituzioni culturali è tuttavia residuale, compresa tra l’1% e il 3,2% e la scelta segue a distanza quella a favore di aiuti per emergenze internazionali, ricerca scientifica, organizzazioni religiose o che si occupano di salute, istruzione e servizi sociali 
Nel Paese che si vanta forse un po’ a sproposito di possedere le percentuali maggiori del patrimonio culturale mondiale, esiste quindi una ben diversa propensione dei potenziali donatori nei confronti delle cause sociali, preferite di gran lunga a quelle culturali: un bel paradosso! Eppure guardando a esempi internazionali non troppo lontani da noi sembrano esserci strumenti e modalità attraverso i quali è possibile determinare un forte coinvolgimento dei privati cittadini nel sostegno delle arti, della cultura e delle organizzazioni culturali. Un segnale interessante in questo senso viene dal web: sempre più diffusamente nascono iniziative di «crowdfunding» a favore di piccole realtà culturali fortemente radicate sul territorio. Di cosa si tratta è presto detto: il «crowdfunding» (letteralmente finanziamento da parte della folla) è un processo collaborativo in cui un insieme di persone supportano individui e organizzazioni nella realizzazione di buone cause o progetti sommando donazioni individuali. Nato nel mondo anglosassone e in particolare negli USA, il fenomeno è giunto rapidamente in Italia grazie alle cosiddette piattaforme di «crowdfunding», ovvero di quei siti che facilitano l’incontro tra la domanda di finanziamenti e l’offerta di denaro da parte dei potenziali donatori.
Da segnalare tra le tipologie di «cause» che si possono sostenere la significativa presenza di progetti culturali, artistici e legati alle arti performative. Un segnale forte per un settore fino a poco tempo fa in gran parte dipendente da fondi pubblici o da sponsorizzazioni molto commerciali: attraverso il «crowdfunding» progetti culturalmente interessanti, ma che magari non riescono ad incontrare in una prima fase l’interesse di sostenitori quali imprese o fondazioni di erogazione, possono tentare questa “avventura”, che parte dal basso e si connota per una forte natura democratica e partecipativa.
Diverse sono le piattaforme, attive da più o meno tempo, che permettono alle organizzazioni non profit di trovare on line i propri sostenitori: ricordiamo alcune tra quelle generaliste l’americanaKickstarter, o le italiane Rete del DonoEppelaShinynoteBuonaCausaIoDonoProduzioni dal basso.
Per quanto riguarda nello specifico la raccolta fondi per le arti e la cultura da segnalare Fund For Culture, piattaforma web di «crowdfunding» che punta a raccogliere finanziamenti per attività di carattere culturale. Il progetto nasce infatti per finanziare iniziative culturali (come ad esempio mostre, restauri, archivi, pubblicazioni, spettacoli e film) promosse da artisti, associazioni no profit, fondazioni culturali, istituzioni pubbliche: un modo per rispondere al bisogno degli operatori culturali di risorse alternative a quelle pubbliche tradizionali, sempre più scarse e sporadiche, ma soprattutto per dare voce – secondo quanto dichiarano i due giovani ideatori napoletani Adriana Scuotto e Antonio Scarpati – alla necessità crescente dei cittadini di «intervenire personalmente per vivere in un Paese migliore e di farlo non sentendosi isole».
Fondamentale sottolineare come uno dei criteri di distinzione delle campagne di «crowdfunding» consista nella presenza o meno di incentivi non economici alla donazione: la maggior parte di queste iniziative sono mosse infatti da un obiettivo di business raggiunto attraverso la trattenuta di una percentuale sui finanziamenti ricevuti.
Esperienza come quella di Fund for Culture, fanno leva su motivazioni diverse dalla prospettiva di possibili guadagni, quanto piuttosto su incentivi quali il riconoscimento e prestigio sociale derivanti dall’essere accreditati come sostenitori, sulla possibilità di accedere e a volte persino partecipare al processo creativo, sulla possibilità di entrare in una relazione privilegiata con i beneficiari della donazione (tanto più «incentivanti» quanto migliore è la reputazione o maggiore la fama dei beneficiari). Altri vantaggi garantiti sono visibilità e diffusione sulla rete grazie agli strumenti di sharing implementati dalla piattaforma e - non di secondaria importanza in ottica di fundrasing -sicurezza e trasparenza nelle procedure di donazione e di addebito del finanziamento sono garantiti dallo staff.
Attendiamo con interesse i risultati di queste campagne di raccolta fondi a favore di progetti culturali per dimostrare se davvero esiste un pubblico di potenziali donatori fino ad oggi non ancora coinvolto nel fundraising proprio dalle associazioni e istituzioni culturali stesse, che faticano ad intuire o spesso diffidano dei possibili vantaggi che potrebbero derivare da un reale coinvolgimento dei cittadini. La grande difficoltà non sta forse nel fatto che chiedere al cittadino risorse economiche implica una diversa relazione, una apertura e una maggiore disponibilità nei confronti del potenziale donatore che non sempre operatori e organizzazioni culturali sono pronti a garantire?
Se è vero inoltre come testimoniano le ricerche che in generale diminuisce anno dopo anno la quota di coloro che elargiscono in modo spontaneo, senza subire alcun condizionamento esterno, mentre cresce l’incidenza delle donazioni eterodirette, appare ancora più evidente l’importanza di campagne di sensibilizzazione portate avanti dalla grandi organizzazioni non profit al fine di sollecitare il donatore. Forse è finito il tempo in cui il mondo delle arti e della cultura poteva non preoccuparsi di chiedere un coinvolgimento diretto dei privati cittadini, al di là di sporadici SOS lanciati all’ultimo minuto. Forse è venuto il momento di pensare a politiche culturali che vadano oltre l’ideazione di ancora deboli incentivi fiscali. Iniziative come quella di recente proposta a Torino di mettere nelle tre piazze principali della città dei «cappelli di plexiglas» dove i cittadini possano lasciare i loro spiccioli fanno tanto ripensare alla questua da cui un buon fundraising dovrebbe il più possibile allontanarsi. Se davvero vogliamo che il cittadino possa trasformarsi nel «donatore felice» di magrittiana memoria è il momento di pensare a diverse modalità di sensibilizzazione degli individui e all’ideazione di forme e di maggiormente premianti modalità di coinvolgimento nella vita della maggior parte delle istituzioni culturali.

© di Marianna Martinoni Pubblicato su Il Giornale dell'Arte 

Marianna Martinoni è membro del Consiglio Direttivo di ASSIF (Associazione italiana Fundraising) www.assif.it e docente di The Fund Raising School – AICCON. 
Laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Master internazionale in Comunicazione e gestione delle politiche culturali pubbliche
e private. Coautrice, con Pier Luigi Sacco, del primo libro sul fundraising per la cultura in Italia (2005).


 


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